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Opera: Nike di Samotracia

Copia di scultura

Nike di Samotracia (copia gesso)

Copia

Dimensioni
245 cm in altezza, 280 cm in larghezza, 230 cm in profondità
Tecnica
calco al vero
Materiale
gesso alabastrino
Spazio
Greco e Romano

Originale

Autore
Pythòkritos
Data
200 - 180 a.C.
Periodo
Greco
Dimensioni
245 cm in altezza
Materiale
marmo
Luogo
Parigi, Museo del LouvreSi apre in una nuova finestra

Descrizione

“Acefala, senza braccia, separata dalla sua mano che è recupero recente, consunta da tutte le raffiche delle Sporadi, la Vittoria di Samotracia è divenuta meno donna e più vento di mare ed aria”, Marguerite Youncenar da “Il tempo grande scultore”.

La Nike di Samotracia è una scultura che rappresenta la dea alata della vittoria nell’atto di spiccare il volo o di posarsi sulla prua di una nave. La collezione del Museo Omero possiede due versioni dell’opera: la prima è una copia da calco al vero delle stesse dimensioni dell’originale (alto 280 centimetri), la seconda una riduzione in scala 1:3, di grande aiuto nell’esplorazione tattile.

L’opera originale è stata scolpita nel marmo di Rodi dallo scultore Pitocrito, della Scuola di Rodi nel 190 avanti Cristo per commemorare le vittorie riportate dalla flotta di Rodi su Antioco terzo, Re della Siria. In origine era posta sulla prua di una grande nave di marmo su una collinetta di fronte al Santuario dei Cabiri, nell’isola greca di Samotracia.

Il corpo femminile è coperto da un leggero chitone, la tipica tunica greca, ed è caratterizzato dalle due grandi ali, mentre la testa e le braccia sono andate perdute; nonostante la sua incompletezza è un’opera di grande fascino. La figura, eretta, poggia il peso sulla gamba destra, mentre la sinistra è arretrata come per cercare stabilità o darsi lo slancio necessario per librarsi in aria. Il torace è spinto in avanti, mentre le ali, al contrario, si aprono dietro la schiena. A causa della perdita delle braccia possiamo solo supporre che azione stesse compiendo la dea: probabilmente la destra era sollevata e innalzava una corona o una tromba, nella quale soffiava.

Il fascino di questa Nike è dato soprattutto dalla sua veste, il cui panneggio ci permette di percepire l’invisibile presenza del vento che investe la divinità, sostenendone il volo. Il chitone aderisce al tronco e alle gambe della Nike a causa del vento, lasciando intravedere i suoi seni, le curve del ventre, il leggero infossamento dell’ombelico. Alcuni lembi della veste si agitano invece dietro le spalle e le gambe della dea, contribuendo a suggerire la presenza di una corrente. Tutti questi elementi, percepibili chiaramente attraverso l’esplorazione tattile, contribuiscono a dare un senso di dinamismo e leggerezza all’opera, tratti tipici del tardo Ellenismo.

Foto: Maurizio Bolognini. Archivio: Museo Tattile Statale Omero.