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Opera: Discoforo

Copia di scultura

Discoforo (scultura in gesso)

Copia

Dimensioni
175 cm in altezza, 89 cm in larghezza, 53 cm in profondità
Tecnica
calco al vero
Materiale
gesso alabastrino
Spazio
Greco e Romano

Originale

Autore
Naukydes
Data
IV sec. a.C.; copia romana I sec. d.C.
Periodo
Greco
Dimensioni
175 cm in altezza
Materiale
marmo
Luogo
Roma, Musei VaticaniSi apre in una nuova finestra

Descrizione

“La bellezza nasce dall’esatta proporzione non degli elementi, ma delle parti … di tutte le parti tra loro come è scritto nel Canone di Policleto”. Galeno

Il Discoforo, ovvero il portatore di disco, raffigura un atleta greco in un momento di riposo. La scultura a tutto tondo è stata realizzata in età romana da un originale, scomparso, fuso in bronzo dallo scultore greco Naukides. Di cultura dorica, probabilmente allievo della scuola di Policleto, egli fu attivo tra il 420 e il 390 a.C. circa.

Il Discoforo, alto 175 cm, è rappresentato in piedi, frontale, con la gamba destra che compie un passo in avanti, mentre la sinistra, leggermente flessa, regge il peso della figura. Il braccio destro è piegato a novanta gradi e la sua mano sembra stringere un oggetto oggi perduto (forse un giavellotto); il braccio sinistro è disteso lungo il fianco e la mano regge il disco.

La testa, cinta da una capigliatura mossa, è leggermente abbassata e girata sulla sua destra. Gli occhi, aperti, sembrano guardare in basso. Il volto, ovale e carnoso, appare totalmente inespressivo, quasi senza vita, come volevano i canoni del periodo secondo la ricerca di una bellezza spirituale e idealizzante.

La figura atletica presenta una posa che richiama lo schema detto “chiasmo”, una formula compositiva, che consisteva nella disposizione degli arti secondo una particolare cadenza per risolvere il problema dell’equilibrio della figura eretta. Ad un arto inferiore flesso doveva corrispondere un arto superiore del lato opposto a riposo, secondo un gioco di contrapposizioni. Il termine, di origine greca, tradotto significa “disposizione a forma di chi”, riferito alla forma della ventiduesima lettera dell’alfabeto greco.

Questa figura di atleta dimostra come si potesse applicare la regola, o Canone, ideata da Policleto, al fine di rappresentare l’essere umano nella sua totale anatomia innalzandolo ad un concetto di perfezione difficilmente riscontrabile in natura.

 

foto: archivio Museo Tattile Statale Omero