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La Lingua dei Segni Italiana (LIS). Di Sabina Fontana

Ascolta il vocale (mp3, 16 MB)

Sabina Fontana – Università di Catania, Ragusa. Dipartimento di Scienze Umanistiche.

Il 19 maggio 2021 nell’ambito dei lavori di conversione in legge del Decreto Sostegni con l’articolo 34 ter, la Repubblica Italiana riconosce, promuove e tutela la lingua dei segni italiana (LIS). La portata di questo evento per la comunità segnante può essere compresa soltanto conoscendo il passato.

Per anni la lingua dei segni italiana non ha avuto neanche un nome: la chiamavano gesti, gesticolare, mimica, linguaggio mimico. Si è pensato che non avesse alcuna regola e che fosse priva della complessità delle lingue vocali. Si è considerata alla stregua dei gesti co-verbali usati dagli udenti, ma in realtà si tratta di un sistema linguistico che utilizza una modalità visivo-gestuale, con vincoli linguistici e regole di funzionamento differenti ed ha, quindi, una struttura diversa dall’italiano. Si è pensato che esistesse un’unica lingua dei segni internazionale, ma in realtà ogni lingua dei segni è differente perché è vincolata ai bisogni di codifica della propria comunità e per quanto iconica, la scelta del segno è sempre arbitraria cioè libera e legata a griglie culturali. Si è pensato che fosse utilizzata da persone sorde che non abbiano imparato a parlare, ma in realtà è utilizzata da persone sorde bilingui che usano la LIS come loro lingua naturale (perché sfrutta un canale comunicativo integro) e anche, quando la situazione lo richiede, la lingua vocale. Le lingue dei segni sono lingue naturali per le persone sorde perché sfruttano un canale comunicativo integro e consentono lo sviluppo di tutte le potenzialità espressive e comunicative insite in una lingua. Le lingue dei segni non sono solo uno strumento comunicativo per le persone sorde ma rappresentano una dimensione di appartenenza. Per questa ragione molte persone preferiscono essere chiamati sordi e rigettano l’etichetta “non udente”, che definisce una persona per quello che non è (la stessa cosa sarebbe definire una persona udente “non sorda”), o “audioleso” perché indica una persona sulla base di ciò che non possiede.

Di che cosa è fatta una lingua dei segni?

Non soltanto di mani che si strutturano in un dato luogo (a contatto con il corpo o nello spazio antistante il segnante) secondo una certa forma, un certo movimento e orientamento, ma anche di corpo e di posture, di sguardi, di cenni del capo e di movimenti della bocca. Dunque, gli enunciati non possono che essere multimodali e multilineari poiché coinvolgono più articolatori (manuali e corporei) che possono veicolare simultaneamente significati.

Per capire come funziona la LIS, bisogna partire dalle sue peculiarità e cioè di come la materia gestuale si organizza per significare in modo convenzionale, sistematico, arbitrario e iconico.

I segni della LIS si basano su diverse strategie che coinvolgono il sistema senso-motorio che sfruttano gli innumerevoli compiti svolti quotidianamente con le mani come l’espressione di concetti deittici, l’enumerazione, la manipolazione e la rappresentazione di oggetti. Poiché le mani diventano anche componenti di una lingua, è inevitabile che vi sia una continuità tra prassi, gestualità e segni che è all’origine di fenomeni iconici, riconoscibili sin dal livello sub-lessicale. La mano può indicare tutte le superfici piatte che possono caratterizzare una certa entità come tavolo, palazzo etc., l’indice può essere utilizzato nel riferirsi ad oggetti di natura piccola e lunga: se articolato davanti alla bocca può indicare SPAZZOLINO riproducendo il movimento tipico, se a due mani significa INCONTRARE etc.
In altre parole il ruolo delle mani nella quotidianità inevitabilmente influisce nella creazione dei segni.

Il segno in LIS è composto da unità manuali e corporee. Si è visto che ogni segno può essere costituito da unità minime denominate parametri (analoghe ai suoni che compongono le parole) non ulteriormente scomponibili che però non sono prive di significato a differenza delle lingue vocali. Le mani assumono diverse configurazioni, in determinati luoghi dello spazio e con determinati movimenti e orientamenti. I parametri sono soggetti a dei vincoli di natura articolatoria e percettiva: ad esempio, il parametro del luogo non va oltre il bacino o il capo per motivi di facilità di esecuzione e di percezione. Inoltre, l’esecuzione dei segni può avvenire a contatto con il corpo oppure nello spazio neutro, cioè nello spazio antistante al segnante.
Le unità corporee consistono in espressione facciale, postura, direzione dello sguardo e componenti orali-labiali e giocano un ruolo complesso che va dal lessicale al morfosintattico. Per esempio, possono veicolare simultaneamente informazioni di natura semantica in relazione a segni esprimenti stati emotivi (contento, triste, arrabbiato etc.), possono esprimere le posizioni del segnante nei confronti di quanto espresso, o, infine, possono marcare diverse funzioni complesse al livello pronominale o morfosintattico in genere.

L’espressione delle informazioni morfologiche come il plurale avviene attraverso la modificazione del segno o attraverso alcune unità che veicolano informazioni complesse come il posizionamento nello spazio, la forma o la consistenza. I verbi possono essere modificati per l’aspetto, cioè per come viene realizzata una data azione (velocemente, lentamente etc.). Nella lingua dei segni italiana, dunque le informazioni vengono organizzate sia in modo sequenziale che in modo simultaneo.

In generale, l’ordine degli elementi in un enunciato è subordinato al significato del verbo, al contesto dell’enunciato e quindi all’uso dello spazio in senso grammaticale dove la direzione indica la relazione tra soggetto e complemento (io regalo a te) o in senso topografico (parcheggia la macchina nella piazza).

Dire e mostrare: lo sguardo fa la differenza.

La comunicazione nelle lingue dei segni si struttura lungo due coordinate essenziali: il dire e il mostrare. Oltre a «dire», le lingue dei segni possono «mostrare» un oggetto o un evento, sfruttando una certa rappresentazione iconica. Per esempio, la mano con la configurazione 5, se affiancata all’altra mano con identica configurazione può mostrare come una fila di persone si muova in sincronia, marciando o camminando. Il confine tra il «mostrare» e il «dire» è segnalato dalla direzione dello sguardo del segnante: se è verso l’interlocutore è nella modalità del «dire», se transita verso il «mostrare¬», lo sguardo si sposta in un punto indefinito dello spazio. L’iconicità è una modalità di significazione da una parte vincolata al sistema sensomotorio, dall’altra alle caratteristiche sistemiche della lingua. Le potenzialità semiotiche del corpo come mediatore di prassi, pur rimanendo all’interno del sistema linguistico, vengono sfruttate come risorsa creativa non solo nel contesto di performance artistiche ma anche nei vari registri del quotidiano.

La L.I.S. interroga la visione solo fonocentrica delle lingue vocali.

La multimodalità e multilinearità della lingua dei segni aprono interessanti prospettive sul piano della comprensione della natura e della forma del linguaggio, sconvolgendo lo scenario dominato dal fonocentrismo, cioè da un modello di lingua basato esclusivamente su una visione fonocentrica delle lingue vocali. Alla luce della multimodalità della comunicazione che ci svelano le lingue dei segni, occorre ripensare la natura della comunicazione tenendo conto del ruolo del gesto co-verbale e della prosodìa o dell’intonazione nella produzione e nella comprensione.