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Opera: Schiavo ribelle

Copia di scultura

Schiavo ribelle (copia in gesso)

Copia

Dimensioni
215 cm in altezza
Tecnica
calco al vero
Materiale
gesso alabastrino
Spazio
Rinascimentale

Originale

Autore
Michelangelo Buonarroti
Data
1513 circa
Periodo
Rinascimentale
Dimensioni
215 cm in altezza
Materiale
marmo
Luogo
Parigi, Museo del LouvreSi apre in una nuova finestra

Descrizione

“Desti a me quest’anima divina e poi la imprigionasti in un corpo debole e fragile, com’è triste viverci dentro.” Michelangelo

Lo Schiavo Ribelle, insieme allo Schiavo Morente, risale al secondo progetto per la tomba di Giulio II (1513). Entrambi avrebbero dovuto occupare la parte inferiore del monumento funebre, ripensato più volte da Michelangelo dopo averne ricevuto l’incarico dal papa stesso nel 1505.

Il progetto finale della tomba (1542) non comprendeva più le due statue:  Michelangelo le donò a Roberto Strozzi che durante l’esilio a Lione se le fece inviare.  Nel 1632 le ricevette in dono il cardinale Richelieu, ma dopo la sua morte vennero sequestrate, per poi confluire nella collezione del Louvre, dove sono esposte.

Lo Schiavo ribelle rappresenta una figura maschile nuda in posizione eretta, con le mani legate dietro la schiena, che si contorce nell’intento di liberarsi. Le parti del corpo ruotano esprimendo un movimento di torsione, chiamato «contrapposto». La gamba destra poggia col piede su un blocco di roccia, il ginocchio è flesso e ruota verso sinistra, mentre l’altra gamba è tesa e poggia col piede a terra. Il busto si torce verso destra tendendosi anche in avanti, come se l’uomo stesse strattonando i lacci che lo trattengono, facendo forza anche sulla gamba piegata. La spalla sinistra è abbassata e protesa in avanti rispetto alla destra, mentre il braccio (il solo ad essere in vista) è trattenuto dietro la schiena. La testa ruota a sinistra e si inclina leggermente all’indietro, lo sguardo rivolto verso l’alto, come per chiedere aiuto. Grazie alla spalla ed al ginocchio che si protendono verso lo spettatore la statua doveva conferire maggiore spazialità al monumento funebre.

Vasari identificò i Prigioni, che furono ribattezzati Schiavi solo nell’800, come personificazioni delle province controllate da Giulio II, mentre il Condivi parla di simboli delle Arti rese prigioniere e morenti dopo la scomparsa del pontefice. Lo Schiavo ribelle, in particolare, poteva rappresentare la scultura o l’architettura, ma si tratta di congetture.

Tutti i Michelangioleschi, altri quattro si trovano all’Accademia di Firenze, nella loro tensione plastica sembrano raccontare lo sforzo dello spirito umano di liberarsi dalla carne per anelare a Dio, unica fonte di perfezione.